Man Ray, l’ “uomo raggio” del Novecento

Fra il 1910 ed il 1915,  Emmanuel Radnitsky, poco più che ventenne, faceva l’ illustratore, ma cominciarono a maturare in lui dei cambiamenti di prospettiva che lo porteranno a scegliere una nuova identità anagrafica e artistica.

Varie influenze da parte di altri artisti e i suoi studi fanno sì che la sua ricerca (sino allora influenzata dal Cubismo) converga sulla luce. Cambia quindi il suo nome in Man Ray, “uomo raggio” e inizia la sua attività sperimentale con la fotografia perché insoddisfatto delle riproduzioni che i fotografi professionisti fanno dei suoi lavori; ma ben presto si dedica ad altri soggetti. Il suo appassionato interesse per la luce e delle ombre, in rapporto ai cambiamenti d’illuminazione è palese nelle sue prime fotografie: si tratta spesso d’oggetti d’uso comune, accompagnati dalle loro ombre; celebre fra queste La femme: foto di un frullatore e la sua ombra. Il valore dell’immagine è quello dadaista di un distaccamento dal senso; accentuando i propri richiami alle concezioni “meccanico-sessuali” che vogliono l’anima umana non univoca. Trasferitosi a Parigi nel 1921, frequenta artisti e letterati dadaisti. A questo periodo risalgono le cosiddette Rayografie, conosciute anche come solarizzazioni: immagini nate in camera oscura unicamente grazie al processo chimico che la luce innesca sui materiali fotosensibili: il risultato è quello di un negativo degli oggetti opachi o traslucidi che sono stati poggiati sulla carta. Una scoperta del tutto casuale dell’artista, che ne rivendica la paternità. 

Nella sua produzione sonda  il mistero della quotidianità. Quale che sia il soggetto, un insieme di oggetti, una veduta, un volto, o un nudo, queste fotografie ci propongono sempre un senso d’estraniamento, un allontanamento dalla realtà che fa di loro vere e proprie proiezioni d’immagini mentali. Le violon d’Ingres del 1924, è esempio di tale immagine concettuale: il ritratto di schiena dell’allora compagna Kiki de Montparnasse, diventa un concetto. L’immagine richiama un celebre quadro di Ingres; le forme della donna sono effettivamente simili a quelle di una viola d’amore e Man Ray si limita ad aggiungere, stampandole a contatto, le “effe” dello strumento, creando un meraviglioso capolavoro, in cui sensualità e concettualismo si mescolano a creare un meccanismo generatore di polisemia.

Alla Biennale di Venezia del 1961 riceve la medaglia d’oro per la fotografia mentre nel 1971 gli saranno dedicate due retrospettive, a Rotterdam e a Milano (alla Galleria Schwarz), comprendenti 225 lavori realizzati tra il 1912 e il 1971. Muore a Parigi, nel 1976, all’età di 86 anni.

Di seguito, i suoi ritratti più celebri.

 

 

 

 

 

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